TAG: Come spendete la Vostra Pausa Pranzo

TAG: Come spendete la Vostra Pausa Pranzo

TAG: Come spendete la Vostra Pausa Pranzo

Finalmente oggi un tag tutto per me grazie a Francesca di Trucco… Senza Inganno, blog che seguo spesso in silenzio da anni e che apprezzo perché colorato, carino, propositivo, scritto in italiano corretto. Insomma, mi piace.

Ecco le regole per partecipare:

ringraziate chi ha lanciato il tag, (bellezzainthecity)
chi vi ha taggato, (Trucco… Senza Inganno)
nominate almeno 3 persone
e soprattutto raccontateci come spendete la vostra pausa pranzo.

Allora, la mia pausa pranzo è cambiata, negli ultimi mesi, sia per luoghi, sia per orari, sia per durata: fino a quando ero in salatest, andavo a pranzo quasi sempre in mensa coi colleghi (anche di altri uffici), visto che CdM ha la mensa interna ed un buon cuoco. Ogni tanto, con una collega andavamo / andiamo tuttora al rullo “all you can eat” di di cibo giapponese. In caso di mensa chiusa, c’era la variante ristorante-pizzeria accanto a CdM.
Da quando sono stata spostata in helpdesk ma nella palazzina distaccata, le cose sono un po’ cambiate: essendo in cima ad una salitona spezzagambe e levafiato (soprattutto in estate in piena battuta di sole e soprattutto con le mie *parte il jingle della Consoli cavigliediburro*), diciamo che la mensa è stata accantonata anche per una questione di orari (ora che arrivi, trovi mega fila fino ai tornelli e il caos totale. No, grazie, mi basta già rispondere al telefono, per quello).
Quindi cosa si può fare? O ti porti la (pronunciare con E aperta) schiscetta da casa, o vai al supermercato di fronte a prenderti un’insalata o farti un panino, oppure scegli uno dei vari ristoranti, bar, pizzerie, buffet che ci sono nel raggio di 500m con qualche collega. In alcuni di questi locali si mangia onestamente bene, in alcuni casi con un prezzo accettabile (seppure superando il valore del buono pasto), in alcuni casi… discutiamone.
Tendenzialmente dipende dagli orari dei turni, variabili, miei e delle colleghe (i maschi per lo più vanno fuori o a casa). Per la maggiore o ci portiamo qualcosa da casa o andiamo, appunto, al supermercato di fronte a prenderci il pranzo per poi mangiare tutte insieme in una saletta defilata.
Per me è un momento abbastanza ludico e di svago, anche perché – come vi ho già detto più volte – ho la fortuna di aver attorno persone simpatiche. Certo, mi manca CollegaPreferito, momentaneamente in malattia, però sopravvivo bene lo stesso. (Oh, quasi 9 anni di pappa&ciccia lavorativa non si dimenticano facilmente)
D’altronde, non avendo un motorino con cui muovermi in poco tempo per tornare a casa, va bene così.
Ogni tanto mi vedo con la mia ex responsabile, persona molto interessante e da scoprire. Ho sempre avuto una certa curiosità per lei al di fuori del lavoro e devo dire che avevo ragione: merita.
Va bene così, ma mi manca un po’ la mensa. E l’infastidire il cuoco – tramite quelle sante banconiere – con i miei quotidiani “qui dentro ci sono melanzane?”

Ok, ora dovrei taggare 3 persone. Crisi. Panico. Vuoto totale.
Vediamo…

  • Bia di Vivo da sola (prima o poi pranzeremo anche insieme. La cena a 3 me la porto ancora nel cuore)
  • Ideepensharing dell’omonimo Ideepensharing (devo ricordarmi di chiederle come si legge e da dove derivi il suo nickname)
  • Mi piace un tot! (che ha uno sfondo del blog, template o come volete chiamarlo, fighissimo)
  • Ontano Verde, alias la mia splendida amica Renata di Una vita movimentata (perché so che troverebbe spunto per un post interessantissimo con qualche super chicca)
  • Frizzantina (che in un anno ha davvero fatto tantissime cose e avuto tante emozioni)

Ghiro, che nanne!

Buona sera a tutti!

Mentre ceno con una rilassante tisana alla melissa, con Gocciole pucciate dentro, vi aggiorno: stanotte ho dormito come un ghiro! Il motivo è semplice: ieri sera mi ha chiamata un’amica “Slog, mi puoi spiegare quello che ho letto sul blog?” E da lì, gran bella chiacchierata, utile, propositiva. Mi ha confortata e distratta il giusto. E alla fine, dopo due notti insonne, sono letteralmente crollata a letto.
Però ieri mattina un’altra amica mi ha distratta con un dialogo serrato su Whatsapp, visto il mio altro attacco di ansia. Però ho capito, cioè messo in pratica quel che pensavo, che parlare e sviscerare serve ad affrontare l’ansia, chiamarla col suo nome, guardarla in faccia e mandarla anche a quelpaeselà. Aiuta tantissimo perché sei talmente dentro, che tutto sembra amplificato, egocentrato (occhio: non egocentrico, bensì egocentrato) mentre così piano piano sgonfi un po’ la situazione e meno facilmente si ripresenta, per lo meno non con la stessa intensità.
Dicevo. Stamani sono andata a fare le risonanze magnetiche ad entrambe le caviglie. Non serve dire che mi stavo addormentando di brutto, tanto mi stavo rilassando… Il rumore continuo di sottofondo poi non infastidiva ma conciliava.
Nota di vergogna: mi stavo dimenticando della visita del paptest, di cui ho perso il foglio e riferimenti ma ero quasi sicura che fosse oggi. Per cui, in un giro di richieste di numeri telefonici, chiamo la sede e… mi devono richiamare: il terminale è ko. Ridevo da sola, in bus! Per cui, altro giro di corsa in pausa pranzo e fatta anche quella.

Infine, parlando con una persona, raccontavo delle notti insonni e che più dei vari passaggi di incubi, tra cup, dottori, esami, e quant’altro partoriva la mia mente, il peggio era lo svegliarmi canticchiando “maracaibo”. Reazione incredula: “Ma nooooo!! Ma come ti è venuta?? Ma in mezzo ad una situazione difficile, riesci a piazzare pure Maracaibo??”

Insomma, sdrammatizzare anche un “lutto”: Slog può.

E scrivere una mail di segnalazione sulla questione “informazioni dal CUP”… ve lo racconto un’altra volta.

A presto, qui lor signori pelosi reclamano le nanne. Ed io pure.

Hai cercato su internet, vero?

Come dicevo ieri, vista la situazione e i giri previsti, ho messo il tutore alla caviglia e ho usato le stampelle. La giornata si è rivelata piuttosto caruccia e anche, per certi versi, divertente:

  • Notte quasi insonne, forse per la posizione: dormivo col cuscino sotto al piede (una delle cose che più danno sollievo, è tenere l’arto alzato – un anno fa ci ho dormito a lungo così) o forse per l’idea di alzarmi presto per andare a rifare alcune analisi;
  • Analisi del sangue fatte velocemente: “buongiorno infermiera, guardi, le porgo direttamente il braccio destro perché in quello sinistro in genere nessuno sente la vena, arteria, quel che è”. “Ah, basta saperlo. Quanti emocromo devi fare?” “In che senso?” “Eh, vedo le stampelle, per l’eparina” “Ah, no, guardi, è un caso, devo rifare le analisi per questo motivo” “Capito, allora basta una”;
  • Bus piccolo pieno. Salgo, chiedo gentilmente ad un ragazzo di cedermi il posto, gentilissimo;
  • Al lavoro, colleghi preoccupati (dicevo giusto l’altro ieri che sono carini, vero?)
  • Pranzo oggi in compagnia di altre persone, ma ripeto la disponibilità dei colleghi al “vuoi che ti prendo il pranzo al supermercato di fronte?”. Adoro;
  • Tralasciamo un gestionale (lavoro) che non funzionava e per il quale ho perso il bus e sono arrivata tardi alla visita dall’ortopedico;
  • Poliambulatori convenzionati, signore che provano a fare le furbe per passarti davanti (“devo solo chiedere una cosa”) e altre signore che col sorriso ma decise insistono sul fatto di rispettare la fila come tutti; pazienti in attesa con cui ti scambi opinioni sugli ortopedici locali (dicevano, comunemente, che a Mari&Monti l’ortopedia fosse sinonimo di macelleria, anche se negli ultimissimi anni starebbe iniziando a mettersi su binari più ortodossi grazie al nuovo giovane primario. Speriamo, perché continuo a non capacitarmi di una situazione simile;
  • La visita ortopedica in realtà era per la mano, quando mi sono stirata un dito scaricando la pressa, attrezzo da palestra che molti frequentatori caricano con 8 dischi da 25 kg l’uno e poi non li ripongono. Così l’imbecille pappamolla di turno (la sottoscritta) si fa pure male;
  • Dicevamo: visita per la mano ma l’ortopedico mi guarda con un sopracciglio alzato, vedendo le stampelle; e al che mi visita pure le caviglie, approva la scelta del tutore e delle stampelle, per non andare a caricare troppo gli arti: si necessita di risonanza magnetica ad entrambe così vediamo quanto e come sono provati legamenti e tendini;
  • Bus piccolo, vedo un posto comodo vuoto ma dietro di me c’è una signora anziana con una stampella: le lascio il posto. Che ci fosse stato qualcun altro che si alzasse! Una signora col figlio mi chiede se preferisco appoggiarmi nello spazio riservato alle carrozzine, cosicché io possa tenermi meglio. Che ci fosse stato qualcuno che, di fronte a questa disanima, si alzasse. Nulla. Vabbé, due fermate potevo tollerarle. Di più, avrei chiesto a qualcuno di alzarsi;
  • Di strada verso il dottore, lo vedo al bar a prendersi un caffè. Meritatissimo, sicuramente. “Dottore, la trovo su, dopo?” “Certo!” “Ah, ok, a dopo!”
  • Nuovi pazienti in attesa, tra una chiacchiera e l’altra istruiamo sugli usi e consuetudini giusti e sbagliati con il dottore e gli altri pazienti; ovviamente non manchiamo di dispensare elogi al mio amato dottore e consigli per la sopravvivenza in sala d’aspetto;
  • “Sloggata (ora ha definitivamente imparato nome e cognome), che ci fai con quelle cose? (Le stampelle, ndPS)” “Eh, dottore, si ricorda, l’anno scorso, ecco ieri è successo… poi allora oggi, vista la visita ortopedica… quindi lo specialista, gentilissimo… quindi ha scritto questo per lei… ho pensato al tutore (glielo mostro) e alle stampelle e…” “Oh, finalmente una che ragiona! Hai fatto benissimo, certo. Ma riesci ad andare al lavoro?” “Oh, beh, con qualche bus… se non trovo da sedere, chiedo gentilmente di cedermi il posto” “Ma grandissima!!” “Eh, però mica sempre si alzano, anzi si girano a guardar fuori dal finestrino” “gente di m…a, che gente di m…a!
  • “Dottore, sappia che torno martedì con i risultati delle altre analisi. Però volevo chiederle, no, per fegato, milza, razzi e mazzi, se potevamo…” “Guarda che abbiamo appena fatto: tiroide a posto, fegato a posto, diabete non c’è, valori ok, solo quella_cosa_lì ma… avrai cercato su internet, e trovato le peggio cose, non è vero?” “No, dottore, assolutamente no. Non ho voluto cercare nulla: perché spaventarmi inutilmente? In più, con tanti anni di studio, laurea, specializzazione, esperienza sul campo, ne sa più lei di Wikipedia, no?” “Beh, non è detto” “Mah, non le credo, magari anche sì, però non ci penso nemmeno a guardare online”. (Gongola) “Comunque, piccola (sarei io, eh!), intanto vediamo queste analisi e poi ci muoviamo, inutile spender soldi subito a caso. (Sottinteso il repetita “magari è davvero un errore di laboratorio” – secondo me no, ndPS)”
  • Altre battute col dottore – adoVo.
  • L’ho già detto, in questo post, quanto io ami il mio dottore?
  • Fermata del bus, una ragazza mi cede il posto per sedermi alla banchina. Adorabile;
  • Cambio del bus, quello davanti (il mio per casa) parte. L’autista intravede la signora davanti a me (e scesa con me dal bus dietro) e probabilmente anche me. Si ferma, riapre le porte e mi aspetta. Adorabile.

Come direbbe CollegaPreferito, Slog sei proprio un catorcio.
I cicli di sfiga ecc, durano 7 anni completi o come funziona? Sai mai che col 2016 magari io mi sistemi una volta per tutte…

I colleghi, gente che fa bene all’autostima

Una cosa che si percepisce da sempre, è la mia fortuna nell’avere per lo più buoni colleghi. Certo, qualche discussione o litigio o fanculo è anche volato, ma si tratta di casi sporadici e sorpassati.
Di uffici, gruppi, tavolate, isole, stanze, ne ho girati un po’ ma devo dire che a parte qualche caso, ho sempre apprezzato i miei colleghi. La caratteristica primaria è la simpatia, poi la disponibilità, in alcuni casi estrema sagacia ma spesso una certa sensibilità o comprensione.
E’ chiaro che ci sono gruppetti per la pausa caffè, o preferenze, o altro, però devo dire che rispetto ad altre storie di vita vissuta e narrata da conoscenti, amici, parenti, sconosciuti, non ho molto da lamentarmi. Anzi.
E’ una delle cose per cui più sono grata, soprattutto perché essenzo una Slog ormai zitella e gattara (e sono pure zia!!), passare bene le tante ore fuori casa è essenziale.
Ora ho nuovissimi colleghi. Spanati come pochi. Simpaticoni. Le colleghe anche. E fanno un gran bene all’autostima e alle risate: volano complimenti sinceri come pochi, talmente genuini che poi scoppi pure a ridere.

Per cui sì, al di là di tutto, entrare in ufficio canticchiando è possibile. Assolutamente possibile.

Lutto informatico

Tralasciando il fatto che io stia bestemmiando la macchina da cucire di mamma sul punto zig-zag (oltre al resto), mi sono appena resa conto che quando ho detto di formattare tutto, installando Linux sul mio notebook, non ho realizzato che i due dischi che mi proponeva NON erano le due ripartizioni effettivamente esistenti in precedenza MA erano il notebook intero (e ok) e l’harddisk da 2tb su cui avevo appena finito il backup e che mi sono dimenticata attaccata al pc. Per cui alla domanda “slog, pialliamo tutto? sei sicura sicura?” ho risposto sì. e quindi ora spero che tra capo, colleghi, amici, colleghi di amici, conoscenti di conoscenti, gente di “sei di mari&monti se”, ci sia qualcuno che possa ripristinarmi il filesystem precedente e recuperarmi TUTTA (e ripeto TUTTA) la mia vita digitale.

Non ho nemmeno la forza di prendermi per il culo da sola, figuriamoci piangere.

E dire che sarebbe una delle cose che direi a qualsiasi mio utonto.