E per non farci mancare nulla…

Ovvero prosieguo di Lato emotivo. In ritardo.
Ho ricontattato, dopo l’operazione, la persona speciale per scusarmi. Ma si è scusato lui per una serie di motivi che, francamente, condivido. La conoscenza stava andando avanti ma… mettiamoci uno scazzo, mettiamoci sesto senso mio, mettiamoci successive concause, sta di fatto che alla fine pare che la cosa dovesse finire. Forse non doveva, ma ci sono cose soprattutto in questo momento non riesco a gestire, a capire, aspettare.
Per cui, al solito, mi è toccato tirar fuori io le palle. E fa male, perché ci tenevo, perché – come dicono tutti, sto passando un periodo di merLa, dove tutto quello che poteva succedere, in pochi mesi, è successo, sta succedendo. E su qualsiasi fronte.
Dove tutto attorno a te vacilla, in alcuni casi fino a crollare, lasciar andare una persona o, meglio, spingerla ad andare per la sua strada, è quanto di più duro che possa succedere.
E per quanto io stia affrontando tutto questo, a detta di tutti più che bene finanche fin troppo bene, sto iniziando davvero ad arrabbiarmi col mondo e a chiedere confronti diretti non mandandole a dire.
Sono emotivamente esausta. Ma avrei desiderato riposare in un abbraccio, quell’abbraccio.

Quando si chiude un ciclo

Come più volte avevo raccontato, il mio nonno materno è, anzi era un ultranovantenne ormai quasi completamente sordo e cieco. Intravedeva ombre e intuiva alcuni suoni, frasi brevi, con tono modulato e chiaro.
Nell’ultimo anno la sua situazione, chiaramente, ha iniziato a peggiorare più velocemente ma lui aveva una tempra incredibile: sangue sempre più acqua e con sempre meno difese immunitarie, situazione cardiaca tale da chiedersi come facesse ad essere ancora vivo.
Quando poi mamma è dovuta venire qua a seguirmi per l’operazione, gli aveva detto mezza bugia ma quando lui ha cominciato a pressarla, ha dovuto metterlo duramente di fronte al fatto che avrebbe dovuto pensare a me e che lui comunque non sarebbe rimasto solo. Se l’è messa via e, come faceva sempre, pregava tutto il giorno.
Rimessami dall’operazione, intuendo che ormai la fine si stesse avvicinando, ho deciso di tornare a Supeimonti con mamma a salutarlo probabilmente per l’ultima volta. Mi sentivo che lui stava aspettando me, di vedermi stare bene. E infatti, pur avendolo fatto ricoverare subito dopo pranzo (la domenica è usuale che si pranzi là – era usuale che si pranzasse là, ha resistito fin quando non sono rientrata a Mari&Monti. Ho rimandato la mia partenza ma comunque, in qualche modo, resisteva. Sono rientrata a casa e poche ore dopo si è addormentato per sempre.

Insomma, ha aspettato di vedermi in forma, assicurarsene personalmente più volte, farsi dare qualche bacio (e gliene avrei dati di più) e sapermi a casa, alla mia vita di prima. Lui questo voleva e per questo pregava: che io tornassi alla mia vita di prima. E non ha mollato finché non è stato così.
Solo che, per questo motivo, l’ultimissimo saluto non ho potuto darglielo. Ma, anche se sofferente, mi ha permesso di dargli qualche bacio affettuoso.
La cosa incredibile, ma alla fine della vita dicono che succeda spesso, è che pareva che finalmente ci vedesse e sentisse quel tanto da dialogare il minimo essenziale.

Grazie Nonnino, quasi 97 anni di te, tanti anni di noi in cui mi hai insegnato molte cose, grazie per avermi aspettata e avermi rimandata alla mia vita. Con te si chiude un ciclo famigliare importante e il vuoto che stai lasciando non è raccontabile. Ora abbracciaci da Lassù e proteggi la mamma.

Slog S.0 (esse punto zero) – si ricomincia

Per quanto banale e di routine un’operazione di tiroidectomia totale sia, essa comporta comunque una serie di fastidi: buchi su mani e braccia di per sé per analisi a ripetizione serrata e per flebo varie, nella pancia per l’anticoagulante. Nel mio caso, raddoppiate il fastidio da mio a mio e degli infermieri che o non trovano le vene, o le trovano ma non sputano sangue, o devono ribucare vene martoriate perché non c’è alternativa. Insomma, se mi fermassero le forze dell’ordine, mi farebbero fare un test antidroga. E al massimo troverebbero una minima percentuale di etanolo dovuta alle goccine di transizione al farmaco permanente.

Per quello che riguarda il lato umano, sono molto grata perché ho avuto tanta comprensione, tanto affetto, tanta vicinanza, tanto aiuto, tante visite e tanti regali da parenti, amici, colleghi, conoscenti. Anche da chi non mi aspettavo. Come prima operazione, prima esperienza ospedaliera, è stata davvero speciale. (In realtà sarebbe la seconda, perché la prima era l’asportazione delle adenoidi ma ero piccola e non ho ricordi)
Così come tre anni fa ho potuto godere del rapporto madre-figlia, questa volta ho avuto l’opportunità di riscoprire il rapporto padre-figlia con una serenità e tranquillità tali da lasciarmi commossa e appagata.
Mamma mi ha aiutata tantissimo con la casa, per sistemarla dal suo casino atavico (e rieducando in parte i gatti), mentre papà ha sistemato tutte quelle cosine che io, da donnicciola pigra ed ignorante, non ho mai sistemato (vedi fili volanti, prese da spostare, porte da fissare bene).
Amici e colleghi mi hanno regalato tante cose meravigliose: minimuffin fatti in casa, biscotti e cioccolatini di vario genere, i brik di cacao, crostini (quelli che mi piacciono), budini, joghurt, tisane, succhi, e i kit di pronto soccorso beauty con dentro detergenti e creme varii, un rossetto che è esattamente il mio colore, un pupazzo di tipo “mostrillo mangiapaura”.

Ma soprattutto sta prendendo forma un cambiamento personale che già si stava evolvendo ma che con questa “botta di vita” sta prendendo ancora più carattere e forma.

 

Slog S.0 (esse punto zero) – l’operazione

Nel momento in cui uno specialista legge su un referto un chiaro responso che parla chiaramente di tumore, la macchina organizzativa parte e anche velocemente: come primo passo vai dal medico a farti fare la richiesta di visita urgente presso il reparto ospedaliero di competenza. E da lì sono tutte date vicine, esami e visite pre-operatori.

Faccio un inciso: il radiologo mi ha spiegato che in genere da Mari&Monti i pazienti preferivano andare in altre due capoluoghi di provincia di altre due regioni. Perché storicamente sono bravi là. Ma mi ha spiegato che ormai anche a Mari&Monti sono bravi. Anzi, bravE. Due chirurghe. Ma mi ha giustamente ricordato che la scelta spetta a me. Per correttezza, gli ho risposto, ne avrei voluto parlare con l’endocrinologo e col mio medico di base ma che, effetivamente, non vedevo motivi particolari per rinunciare alla comodità di farmi seguire completamente in loco, ovvero a casa. Vuoi mettere lo stress e l’esborso economico di andare fuori regione io e, ovviamente, qualche famigliare? Mi sono comunque informata in giro e mi hanno confermato che le due chirurghe sono brave e, come si dice qua, molto “coccole”. E collaborano volentieri anche con l’endocrinologo. Insomma, non avrei potuto sentirmi più tranquilla e sicura.

Premesso questo, è partito il giro di visita con la chirurga (3 aprile), velocissime analisi (5 aprile) e visite pre-operatorie (7 aprile – un labirinto infinito, alcuni corridoi di collegamento tra le varie palazzine che compongono questo nosocomio. Non che nell’altro sia diverso, eh) e, riconsegnando le ultime carte all’infermiera che si occupa di organizzare il tutto “magari tu vorresti sapere quando sarà l’operazione?”
Caspita, c’è già una data??
“Allora, diciamo che è da confermare definitivamente ma tendenzialmente dovresti essere la seconda il 20 (aprile) mattina, per cui entrerà a digiuno alle 7 della mattina stessa”
Ottimo, riesco anche a fare Pasqua a casa! Oh (vedo una presenza accanto e toh, la chirurga)! Mamma, guarda, le sue mani cioè la dottoressa, cioè insomma lei è la chirurga!!
*Buongiorno cara, come sta? Tranquilla?
Dottoressa, tranquillissima, lei tutto bene? Mi raccomando, passi una splendida Pasqua e si riposi, si diverta, insomma…
*Ah ah ah, non si preoccupi, passi una buona Pasqua e stia tranquilla!

In realtà poi mi hanno fatta ricoverare il giorno prima perché ero diventata la prima. Che poi non era vero perché c’è stato un piccolo “qui quo qua” (cit. La Precisina). La mia compagna di stanza è stata contattata con urgenza perché sarebbe stata lei la prima. E infatti, così è stato.
Comunque, appuntamento sul bus sopra casa, con mamma e SorellAmica.
Tra accettazione, ambientamento in stanza, qualche cioccolatino e chiacchiera, è arrivata anche la signora 70enne, mia compagna di stanza. Che tipa tosta e in gambissima.
Io sono stata preparata con più calma sulla tabella di marcia. Il Valium non so come abbia fatto effetto perché in sala di preparazione, facevo cabaret con lo specializzando anestesista. In più il mio letto aveva qualche difficoltà con i movimenti e quindi sono dovuta quasi saltare sul tavolo operatorio. In sala operatoria ho a malapena realizzato come mi stavano sistemando, il freddo e mentre mi spiegavano che le due mega lampade mi avrebbero tenuta al caldo, il nulla… nemmeno la possibilità di dire “ah, sì, mi ricordo, sono arrivata a contare fino a…”, niente. Il nulla totale.
Ore dopo, credo un po’ più tempo del previsto, in sala risveglio, realizzato dove fossi, avevo già da lamentare i dolori a cervicale e gola. “Guarda, è normale, è per l’intubazione. Vedo che parli già! (per farmi tacere dovete staccarmi le corde vocali!!) ahahah, a questo punto nemmeno servirebbe ma giusto per scrupolo fa iiiii”. Iiiiii… “Bene, tutto a posto allora, ora riposa”
Eh, riposare, in ospedale… Tra rumori continui, luci e illuminazione varia, personale medico-ospedaliero che va e viene per – giustamente – controllare e fare il suo lavoro, mica è facile. Senza contare i dolori e fastidi.
Comunque, operazione andata bene, i dolori erano nella norma per via dell’intubazione e la postura sul tavolo operatorio. Dopo due giorni si poteva presumere di tornare a casa, entrambe. Invece febbre, entrambe. Solo che la signora la domenica è uscita davvero (un giorno in ritardo) mentre a me la febbre continuava a restare. Dopo 20 anni di totale assenza, ho provato l’ebbrezza di avere 37,4 e poi 38,4. Quasi mi commuovevo.
70enne andata (peccato, era davvero caruccia, anche la famiglia), in arrivo la signora 84enne come prestito da un altro reparto sovraffollato. Povera, il primo giorno per lei è stato brutto perché non riusciva ad ambientarsi. Io stavo da cani e provavo piuttosto fastidio. In realtà poi era carina, se le si dava quel minimo di giusta considerazione.
In fase calante la febbre, speravo di tornare a casa ma… dolori forti all’orecchio. Pareva otite ma in realtà era uno scoppio ritardato sempre dovuto all’intubazione: gola e orecchio, in fondo, sono collegati. Eh, mica si parla di otorino-laringo -iatria a caso. Vaaabbè.
Insomma, ero entrata con l’idea che in genere al terzo giorno ti cacciassero ed invece sono uscita dopo una settimana esatta. Ancora un po’ dolorante ma bene. L’alternativa era di restare ma finire in non so quale reparto perché anche lì servivano stanze: infatti la signora 84enne è stata spostata e hanno dimesso me ed un’altra.

Insomma, alla fine non mi lamento. Ho dato di matto quando non riuscivo a riposare e avevo dolore, ma il personale tutto è stato davvero umano, oltre che professionale. Che fossero gli OSS, gli infermieri, i medici specializzandi o quelli strutturati, non ho proprio nulla da dire. Anche il cibo non era affatto male: non me l’aspettavo ma potevo già mangiare solido (certo, il giorno dopo: la sera stessa non eravamo proprio in grado di far nulla…) e ho visto passarmi nel piatto anche maccheroni alla boscaiola, una crespella, un pasticcio al ragù, il pollo e non ricordo che altro. Anche il classico menù da ospedale, ma non così male, eh. (Non cito il semolino annacquato perché quello abbassa tutti i canoni)

Fatte poi visite urgenti di controlli per scrupolo, sto facendo le visite classiche e poi resteremo in attesa del risultato dell’esame istologico anche se, secondo la chirurga, è comunque il caso di fare la terapio allo iodio radioattivo nell’altro capoluogo di provincia. E faremo anche quello, anche se mi costerà il fatto di dover star lontana a Sorellamica e alla nipotina che sta per arrivare. Ma va fatto e faremo.

Vorrei fare un’osservazione semplice: non è stata propriamente una passeggiata di salute ma, onestamente, mi è andata di lusso. E’ una cosa circoscritta e facilmente risolvibile. Un po’ come un’appendicite, se vogliamo. Ma tutto questo ha dato qualche spiegazione mancante e mi sta letteralmente cambiando la vita (e il punto vita, ahahahah). E mi ha mostrato un’altra volta come sono fortunata con le persone che ho accanto.

Ad maiora!

Lato emotivo. In ritardo.

Accennavo, nello scorso post, oltre al lato medico e psicologico, c’è stato anche quello emotivo. Già, perché se qualcosa può essere difficile, c’è chi riesce ad avere un tempismo perfetto. Dopo 10 (e ripeto DIECI) anni.
Non ricordo se e come io ne abbia mai accennato in questo blog di un ex, ammesso di poterlo chiamare tale. Persona che allontanai dopo immense sofferenze (e, diciamolo, manipolazioni subite) usando come una minaccia le informazioni che avevo scoperto anche grazie ad un’unica persona in comune. Brandii queste informazioni in maniera come una cosa normale ma venne percepito come minaccia / ricatto. E sparì. Per sempre.
O almeno così credevo.
10 anni dopo, un giorno preciso e per me importante, accedo ad Instagram e trovo “isso ha iniziato a seguirti”. Incredula. Ho chiuso. Svuotato cache del telefono, delle app, riaperto l’applicazione ma era vero. Dopo 10 anni. Ora, io alle coincidenze non ci credo molto. Il mio nick storico deriva, in qualche modo, da lui. Non me n’è mai fregato molto di cambiarlo, a dire il vero. Non un cuoricino ad alcune foto, niente. Solo il following. E allora le cose sono due: come diavolo sei arrivato a me? Perché mettere il following là se su tutti gli altri social ti avevo bloccato? Perché, piuttosto, non contattarmi direttamente? Se mi metti il following non puoi non aver riconosciuto il mio profilo (e il “follow4follow”, plausibile, non è l’unico motivo) e se mi segui allora hai qualcosa da dire. Dillo, cavolo!
Morale della favola, l’ho bloccato. Se ha davvero qualcosa da dire, lo faccia. Ma non con un pulsantino del piffero. E non a ridosso di una giornata per me importante. Emotivamente e non solo.
Infatti mi sono goduta una giornata meravigliosa con una persona speciale. Che, mea culpa, ho poi allontanato. Perché? Per motivi stupidi, non lo so. L’operazione si avvicinava, la pressione più che altro altrui (non sua) iniziava a pesarmi, iniziavo a sentirmi troppo poco e di troppo. Non ho retto. Avevo necessità di concentrare le energie che faticavo a raccogliere verso un unico punto fermo, l’operazione.
Mi spiace profondamente. Non è nemmeno propriamente una mia caratteristica, ma l’ho fatto e la mia richiesta è stata rispettata. Credo di essermi giocata un rapporto, di qualsivoglia natura, con una persona solida e matura come poche ne ho conosciute.
Ma siamo fatti di scelte, di prese di responsabilità, di cantonate e pace amen.
Intanto ora sono qui, in paziente ricerca e mantenimento di un equilibrio che sarà in costante aggiornamento per i prossimi mesi, suppongo.
Ma va bene così.
Ora inizio a preparare il prossimo post, su operazione ecc. Perché le (seppur piccole) disavventure sloggate varcano anche le porte dei nosocomi.