Piccole grandi conquiste, piccoli grandi dolori

Da quando – quest’estate – mi son fatta male alla caviglia destra, passando per la fratturina al malleolo/perone sinistro, cominciando il corso di cucito a macchina e studiando stretching & pilates & sala pesi, son scattate una molla dietro l’altra, in testa.
Sono quelle piccole cose, quasi impercettibili, per le quali fai dei piccoli cambiamenti alla scoperta (o, come nel mio caso, RIscoperta) di te stessa/o. Quelle cose per cui i tuoi colleghi ti guardano stupiti e iniziano a sondare il terreno sulla presenza o meno di un uomo o di qualche novità eclatante.
L’unica vera novità sei tu.
Devo dire la verità: in teoria vado in palestra due volte a settimana, in realtà una lezione ogni tanto la salto. E per un solo motivo: le caviglie. Fintanto che la destra fa un po’ male, pace. Quando quella sinistra si fa sentire, scatta anche un po’ di paura di non andare a caricarla o sfidarla. E questo, negli ultimi 2-3 giorni mi sta facendo impazzire. Sono passati mesi, porcasabbietta. Non posso non far nulla, devo rimetterle in moto. E devo rimettermi in moto: cosa che si nota, fisicamente. Certo, la strada è lunga, ma non importa.
Questa cosa della palestra mi ha fatto scattare qualcos’altro in testa. E di nuovo mi ritrovo con pennelli e trucchi in mano. Ho ricominciato a cambiar orecchini e qualche accessorio (non ne sono fanatica, però) come facevo tempo fa. Anche gli stivaletti con qualche cm di tacco, su consiglio della fisioterapista, una o due volte in settimana.
Poi il corso di cucito: che gran soddisfazione! Ora devo solo capire come funziona la mia vecchia Singer (e non ho ancora avuto tempo e modo, mi credete?, di leggere il manuale americano che mi hanno spedito dal loro centro assistenza) e cominciare a sceglier stoffe e fili: alcune idee le ho già ben chiare in testa.
Dal lato umano, umorale, caratteriale, anche sto ritrovando un barlume del mio vecchio equilibrio. E me ne rendo conto un istante dopo.
E’ vero che nel nuovo ufficio si ride come dei matti, con Collega Preferito, Mercoledì, Maestro Tofu, e compagnia cantante (anche nel vero senso della parola), ma sono più contenta. Più sorridente. Più … con la musica sulle labbra.
Fatalità mi è capitato di imbattermi via mail in un collega di tutt’altro ufficio. Di quelli che non sai chi sia, che probabilmente incroci in qualche corridoio o davanti a qualche macchinetta del caffè in uno dei vari palazzi collegati tra loro di Colosso del Monte o in mensa. Ma non sai chi sia. Gli scambi diventano piuttosto interessanti, spaziando da musica a sport minori. Fin quando ad un’osservazione rispondi senza malizia o secondi fini, come faresti con chiunque, e ti trovi le mani altrui messe avanti. E vabbé. Ad un certo punto butti là un “posso offrirti un caffè?”, niente di impegnativo, almeno per tirar giù il velo esclusivamente mediatico della faccenda: in fondo ci si incrocia spesso, probabilmente, senza nemmeno salutarsi. (E anche per scusarti di un’incomprensione banale, diciamo il vero)
E arriva un inaspettato immediato “ok, ma offro io e fuori di qui, ché il caffè delle macchinette fa schifo” o qualcosa del genere. Caffè sia. Anzi spritz, alla fine, in uno dei pochissimi baretti aperti quella sera, con un freddo porco e pioggia insistente.
Un’ora di chiacchiere e poi via al bus, saluti e ringraziamenti al volo perché scendo prima io. Ringrazierò il giorno dopo via mail, senza peraltro ottenere mai risposta. Soltanto un “ciao” in mensa.
E mi spiace. Mi spiace perché al di là di tutto, non mi sarebbe dispiaciuto migliorare la conoscenza con una persona che sembra sapermi tenere testa. Nessuna aspettativa, nessuna richiesta, niente. Ma non mi aspettavo silenzio come risposta.
Mi chiedo perché mettiamo spesso le mani avanti (io pure, sia chiaro), anche se non ci è ancora stato detto o chiesto alcunché. Non vedo il motivo per sparire nel nulla, siamo adulti.
Non ne faccio una questione di eventuali “avrei voluto di più” perché 1. non lo conosco, 2. sarebbe la stessa cosa anche con una collega.
E’ che, come mi dicono le amiche, do troppo peso alle persone. E forse anche all’educazione.
Per cui riflettevo, dopo alcuni fraintendimenti anche senza malizia,  dopo aver letto il libro e status di Selvaggia Lucarelli, avendone discusso con amiche e amici, anche cercando di fare mente locale sul libro “(Scendi dal pero) La verità è che non gli piaci abbastanza” (ed. Salani, autori: Greg Behrendt e Liz Tuccillo, traduttore: M.Fillioley) che lessi anni fa, su come spesso ci infiliamo in filmini mentali nelle occasioni di scambi personali. Che sia per troppa insicurezza, troppa sicurezza, per esperienze passate, paure, aspettative, timidezza, tattiche, ecc. è curioso come reagiamo a diversi input: per un caffè, magari specifichiamo “è solo un caffè”; per un invito a cena a casa mia/sua, non serve specificare perché non c’è malizia (e mi è capitato in più occasioni, sia invitando da me sia essendo invitata).
Per cui mi chiedo: perché tutta questa necessità di mettere le mani avanti con le persone e non godersi semplicemente qualche momento da passare in serenità? Al di là di quello che poi può succedere o può non accadere.
Io intanto ho stilato una mia classifica di motivazioni che possono andare anche a braccetto tra di loro, sul perché una persona (anche solo a livello di conoscenza o amicizia) sparisca o metta avanti le mani. Classifica piuttosto stupida, ma è giusto un pour parler.
Voilà:
1. non gli interessi;
2. è un mona;
3. è uno stronzo;
4. se la tira per suscitare maggiore attenzione;
5. non riesce a fare un passo per timidezza o paura o esperienze passate.

Vabbé, il fatto è che trovo sempre interessante conoscere le persone, farmi stupire e stupirle anche con un sorriso o con un bigliettino o un oggetto scherzoso (o pure serio) su una cosa di cui si parlava.

Ma prendiamola sul ridere: guardatevi questa versione carinissima della nota canzone “Call me maybe”

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10 pensieri su “Piccole grandi conquiste, piccoli grandi dolori

  1. elipiccottero ha detto:

    Se dobbiamo restare in tema, un libro che mi fece bene (avevo 19 o 20 anni) fu Come smettere di farsi le seghe mentali. Lo consiglierei a molti che conosco. In sostanza ci si precludono molte vie o si compiono azioni idiote, contorte o scortesi, sulla base di seghe mentali.

  2. maximo ha detto:

    “sul perché una persona (anche solo a livello di conoscenza o amicizia) sparisca o metta avanti le mani”
    quoto alla grande le motivazioni 4 e 5 (soprattutto la 5 perchè nell’ esperienze passate oltre al 2 di picche spesso c’è l’aggiunta della presa in giro che è la più devastante anche a lungo,lunghissimo termine).

  3. Perennemente Sloggata ha detto:

    Maximo, con me sfondi una porta aperta. Io ho buttato via anni a livello emotivo per una tranvata profonda. Eppure il beneficio del dubbio, almeno solo per una conoscenza, lo concedo.
    Voglio dire, nel caso specifico mi sono piuttosto stupita dell’ok al caffè e mi aspetterei un picche secco a qualsiasi ulteriore proposta (foss’anche senza malizia) che, forse, nemmeno avrei lanciato. Ma il silenzio via mail mi ha lasciata totalmente spiazzata e anche un pochino male. Certo non possiamo piacere sempre a chiunque, ma addirittura non meritare risposta… vabbé, gli toccherà incrociarmi in giro per i palazzi e salutare pure, come l’altro giorno 😀

  4. Bia ha detto:

    Io invece sono fessa e lascio sempre il beneficio del dubbio… ma lo sai, sono ottimista per natura. Pertanto:
    1) non ha ricevuto la mail
    2) l’ha ricevuta ma non ha avuto tempo di leggerla e se ne è dimenticato
    3) come sopra ma l’ha cancellata per errore
    4) l’ha letta ma non ha avuto tempo di rispondere e se ne è dimenticato (sapessi quante volte mi capita!!!)
    5) smettere di farsi seghe mentali, sempre e comunque.
    6) scrivergli ancora come se nulla fosse. Nulla è successo, quindi continuare come prima e vedere la reazione
    7) :*

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