Dal mare alla montagna e di ritorno. Forse.

continua da ieri sera

Questo era il racconto dei fatti. Il racconto delle emozioni… è difficile. Sono giorni che ci provo ma non mi è facile lasciar fluire il tutto: per me è un’emozione vedere mia sorella che ormai convive col moroso, resta pur sempre la piccoletta di casa (in tutti i sensi), e sono così grata per la fortuna che ha perché il compagno (bisticciano sempre, sono troppo scemottoli da vedere) è davvero in gamba e la famiglia di lui pure. Praticamente l’hanno adottata e in parte hanno inglobato anche mamma. Cosa che, ovviamente, mi solleva un po’, visto come sta. Mamma… fa male vederla diventare più saggia, per dirla alla sua maniera, visto che a poco più di sessant’anni, ha problemi in proporzione più grossi del nonno di 90-e-passa anni. Fa male vederla stanca presto, dolorante spesso, vedere che ha bisogno di tempi lunghi per tante cose, anche quelle banali e sentirle dire che non arriverà a 90 anni come il nonno (tiè, ca77o, tiè!!). Vedere come soffre nell’osservare la nonna smemorina che di testa c’è sempre meno, che parla con un soffio di voce, che si aggrappa al suo bambolotto. Vedere come compatisce il nonno che si passa le giornate pregando il Signore che la protegga, visto che non vedendoci e non sentendoci quasi più, lui che è sempre stato attivo, lui che è ancora lucido di testa, non può far altro che aspettare che passino le ore. Vedere come tiene duro col sorriso e lavora quel poco che riesce (e a me par comunque tanto) coi suoi bimbi, “perché io non rinuncio ai miei bimbi e alle mie mamme”.
E diventa un rituale passare a salutare la nonna smemorina e la Teresina, vedova di un amico di famiglia, che si illumina quando ci vede arrivare. Che mi guarda con quegli occhi profondi, ma senza più chiedermi di una persona che con me non si fa sentire, dopo che ha visto i miei occhi lucidi quest’estate. Per quell’amore sanguigno che nulla in teoria dovrebbe rovinare, ma che basta una seconda adolescenza per far sparire.
E il nonno che va tenuto buono con piccole bugie e battute, lui stesso che fa battutone per cercare di non pesare troppo.
La zia dagli occhi bicolor, con la sua famiglia splendida, i suoi canederli slurposissimi.
La valle, con quel freddo che sa di fresco, che sa di aria, che sa di buono. Coi suoi colori sempre ammalianti, anche nei suoi tempi morti e brulli.
E le dinamiche di un paese che non hai mai sentito ‘casa’ né di appartenergli, ma che mai come in questi ultimi tempi, ti fa sgorgare quella nostalgia dal nome sconosciuto, dal profumo poco noto, che solo col tempo inizi a distinguere come “famiglia”.
E inizi seriamente a pensare “ma se io…” pur sapendo che sia l’andare sia il restare, non risolverebbe il problema di fondo. Perché in fondo, a casa, non ti ci senti mai. E le radici di dove sei nata e cresciuta, ormai non esistono più. E quindi, ti senti come una ninfea in balia delle correnti del rivoletto che attraversa lo stagno.
E anche se, per qualche strano ed irragionevole motivo, il tuo cuore è rimasto incuriosito da qualcosa o da qualcuno… sai che tanto non c’è soluzione.
Almeno per il momento
(ve lo concedo, ma non so se ci credo).

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