Gea, storia di una gatta di montagna

Dalla mia città natale ci siamo trasferiti a Supeimonti a settembre 1994 e visto che su abbiamo una casa grande con un bel giardino e i nostri criceti dell’epoca ormai erano 1 andato e l’altro veramente vecchio, abbiamo pensato di prendere un gatto, così che facesse anche il suo lavoro di caccia e pulizia da animaletti in giardino.

Per cui, tramite delle conoscenze della mia adorata zia, a cavallo tra settembre ed ottobre, mia mamma è andata a prendere la piccola Gea, nata a giugno di quell’anno. Mamma ha attraversato tutto il paese, con le macchine che le passavano vicino, a piedi e con la micetta dentro il giaccone invernale (su arriva freddo presto). La micetta è rimasta tranquilla tutto il tempo perché stava al calduccio e sentiva la morbidezza del collo di pelo ecologico.

La piccoletta fin da subito ha mostrato di essere una ragatta per bene ma anche intraprendente: quando eravamo fuori casa, i primi giorni la lasciavamo in cucina, con a disposizione la sua cesta e le sue ciotoline. L’accesso al soggiorno era chiuso per metà altezza da una tavola di legno.
Ma un pomeriggio, tornando a casa, l’ho bellamente trovata acciambellata su una sedia del soggiorno. Come sia riuscita a scavalcare il muro, non l’abbiamo mai capito.
In più, sempre il primo inverno, c’era l’abitudine che di giorno stesse libera per casa ecc. ma la sera papà prendesse la sua cesta e le sue ciotole e, facendo il giro attorno al divano, portasse il tutto nello sgabuzzino dove la micia avrebbe passato la notte. Il rito era semplice: mentre papà passava al di là del divano, la micetta saltava sul divano e poi al volo dentro la cesta per farsi portare comodamente in sgabuzzino.

La sua caratteristica principale è sempre stata la tranquillità: non un graffio, intatti i mobili e soprattutto le preziosissime tende ad uncinetto fatte da mia nonna paterna. Insomma, una gatta davvero equilibrata.
Quando eravamo a tavola a mangiare lei si posizionava sul bordo della cassapanca e ogni tanto allungava una zampina sulla spalla della persona davanti a lei per ricordare che stava aspettando, nel caso il bipede di turno fosse così gentile, che qualcuno le allungasse un bocconcino. L’altro gatto invece è il suo esatto opposto: va di spallate e allunga la zampa per portarti via il cibo anche di bocca, se occorre.
Ma stavamo parlando della nostra Geottolina.
Silenziosa, riservata e pulita, era una gatta di montagna: un po’ rude, forse ma forse anche no, ma molto attenta. E’ stata una mamma perfetta coi suoi cuccioli, ha insegnato loro l’arte della caccia e tutte le attività tipiche del vero felino. Memorabile il suo orgoglio nel richiedere le congratulazioni per l’esibizione delle sue prede (o dei loro resti) davanti alla porta del terrazzo.
Amava giocare e soprattutto con gli elastici appesi ai gancetti sulle maniglie delle ante in cucina: l’unico suo sgarro era salire sul mobile a tirarseli giù.

Quando io ero ancora al liceo e quindi abitavo ancora lassù, la signorina in genere alle 6 spaccate veniva a raspare coi polpastrelli sulla porta o sull’esterno degli scuri della mia camera, per uscire o entrare: decideva lei però se voleva farlo attraverso la mia stanza o attraverso lo sgabuzzino confinante. Eh!!
Quando mia sorella aveva mal di testa, ecco la Gea che si metteva a mo’ di corona sulla sua testa. Oppure sulla pancia o in fondo ai piedi.

La Gea era molto territoriale e l’anno che portammo i mici (lei e uno dei suoi cuccioli che avevamo tenuto) dai nonni per andare in ferie, lei ha approfittato di una disattenzione del nonno per fuggire da una finestra socchiusa del grande garage e sparire per una settimana. Il nonno tutto preoccupato l’ha trovata una settimana dopo affamata e stanca a casa nostra. Non so come l’abbia riportata in giù da lui (abitiamo nello stesso paese) ma il giorno dopo la signorina era di nuovo a casa: da allora non abbiamo più spostato i mici ma è sempre stato il nonno ad andare a dar da mangiare, far entrare e uscire i pelosi a casa.

Io mi sono goduta meno di tutti la Gea perché sono andata via da casa molto presto, però l’ho sempre portata nel cuore e lei, nonostante tutto, si è sempre ricordata di me.
Lei veniva sempre in cima alle scale sulla strada ad aspettarti, ti accoglieva distinguendo molto bene i rumori delle auto e sapendo sempre se e chi stava arrivando come (a piedi o in auto o in scooter). Non s’è mai fatta tirar sotto da un’auto pur accompagnandoti o venendoti a prendere in garage (attraversando la strada), ma in compenso una volta s’è fermata in mezzo alla strada obbligando un automobilista ad una bella inchiodata.

Non amava gli altri gatti di casa, arrivati dopo di lei, ma li tollerava. Non li importunava e anzi quando ne veniva disturbata, lei stava immobile. Li guardava con uno sguardo piuttosto sufficiente: “umpf”. L’altro si avvicinava e lei e lei lo guardava eloquentemente: “non t’avvicinare”. Poi “t’ho detto di non avvicinarti” fin quando lei si girava e se ne andava. Così, da vera signora.
Una volta il gatto l’ha sfidata e le è andato troppo vicino e lei gli ha tirato una zampata sugli occhi che mi pareva di vederli rotolare a terra. Invece no, unghie ritirate e basta.
Un altro piccolo aneddoto simpatico riguarda la volta che mamma ha beccato la Gea sul wc a fare le sue cosine. Ci mancava solo che con la zampetta spingesse il pulsantone dello sciacquone. Solo che probabilmente si è sentita cogliere sul fatto e, pensando di aver fatto un guaio, non l’ha più ripetuto.

Ma lei a casa ci stava bene e si fidava, tanto che a giugno del 1995 ha chiamato insistentemente i miei genitori per farsi assistere nel parto. E’ stata bravissima.

Negli ultimi mesi aveva gli occhi opachi, non ci vedeva quasi più e infatti ti zampettava su un piede, cercava la ciotola dove sapeva che c’era, sentiva sempre meno e faticava a muoversi. Non usciva quasi più in terrazzo e restava sempre più spesso sul letto di mia sorella o nella cesta con la pelle di pecora vicino al calorifero. Ma non mancava mai di farsi fare qualche delicata carezza, lei così minuta.

Non c’è molto da dire: è morta di vecchiaia, con i suoi acciacchi da vecchietta ma tendenzialmente in salute. E’ sempre stata piuttosto in salute, per fortuna. Forse si sarebbe potuto far di più ed imporle un accanimento terapeutico che ci avrebbe permesso di averla con noi ancora per quanto? Qualche tempo? Ma con che dignità?
Aveva 17 anni e mezzo e per un gatto non sono affatto pochi, e saggiamente le mie donne lassù hanno coccolato fino alla fine la piccola grande Gea, fin quando non ha deciso di riposare.

Ora la nostra adorata “vecchia ciabatta” giace indisturbata in un angolo del giardino, da cui spero inizi ad attraversare presto il Ponte dell’Arcobaleno dove potrà di nuovo correre leggiadra. Lei, così elegante in tutto.

Amore mio, grazie per la feMicità che ci hai regalato.

Gea - agosto 2011

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10 pensieri su “Gea, storia di una gatta di montagna

  1. Sara ha detto:

    tesorina bella…per fortuna Gea è stata una gatta con una vita lunga e felice e ora sta ancora meglio di prima, io ne sono sicura. Però capisco quanto ti dispiace e ti abbraccio tanto tanto forte forte :-***

  2. Shunrei ha detto:

    Avete fatto bene a lasciarla andare quando è arrivata la sua ora: è difficile separarsi da un animale con cui si sono condivisi tanti anni e ricordi, ma accanirsi per mantenerlo in vita se non ci sono speranze che guarisca (e, purtroppo, alla “vecchiaia” non c’è rimedio) non è la scelta giusta…
    In questi casi, la consolazione è sapere che per lei, come per voi, questi 17 anni son stati sicuramente una bella e piacevole avventura!

  3. brum ha detto:

    Che dolce, Gea. E detto da me che amo maggiormente i cani….
    Sono sicuro che sarà felicissima, lassù… e bene avete fatto a non praticare nessun accanimento terapeutico.

  4. Perennemente Sloggata ha detto:

    grazie Brum. in effetti il pensiero è proprio quello: aveva un’età più che venerabile, ha sempre vissuto bene e senza problemi, perché accanirsi e farla soffrire ancora del tempo solo per non lasciarla andare?
    manca tanto a casa, però… era giusto così.
    🙂

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