Una storia fuori dal (suo) comune: la mia mamma.

Che mia mamma sia fisioterapista, lo sanno ormai anche i sassi.
Che lei si sia messa contro soprattutto sua madre per quel vezzo che all’epoca era studiare, ve lo dico io, anzi ve lo racconto interamente.

Una volta le brave ragazze, come scuola, facevano al massimo “le commerciali” e poi le maestre o le sarte. Niente grilli per la testa, lo studio era per i maschi e figuriamoci farlo fuori casa: uno scandalo.
Mamma ha dovuto lottare contro i suoi stessi genitori (la madre soprattutto, ma nonna è sempre stata una donna un po’ severa) perché voleva studiare (e l’ha fatto pure all’estero, da minorenne, erano altri tempi). Ma non per fare la modella o chissà cosa. No, lei voleva aiutare gli altri: voleva diventare infermiera.
Una volta le scuole per infermiere erano spesso gestite da suore (ci ricordiamo il cartone animato di Candy Candy?), in genere severissime, serissime, integerrime. Mamma ha studiato proprio dove sono nata io, vari km lontana da casa, perdendo anche le amiche perché i loro genitori la reputavano una poco di buono (“chissà cosa fa lontano da casa”). Ha lottato con le unghie e con i denti anche per il materiale: soldi non ne riceveva anche perché ce n’erano pochi, per cui faceva la babysitter la sera presso la famiglia di un dottore, pur di poter usare i suoi libri, farsi i suoi appunti e le dispense.
Nel frattempo ha avuto anche grossi problemi di salute, tanti, gravi, disparati. Ma non ha mai mollato. Mai.
Nel frattempo iniziava a pensare di voler fare la scuola di fisioterapia, ma c’erano una serie di intoppi mica da ridere (salute, soldi, organizzazione, ecc.). Ma lei si impegnava moltissimo, era brava, studiava, lavorava, faceva volontariato in ospedale nel tempo libero anche per far esperienza ma soprattutto per passione. E quella suora che tanto duramente la trattava, ha aiutato proprio lei a trovare una soluzione: avrebbe potuto terminare il suo tirocinio obbligatorio in un posto più vicino alla scuola di fisioterapia che si poteva permettere. Non d’élite ma comunque buona. In più, uno dei dottori che l’avevano in cura si è preso la responsabilità di questa giovane ragazza anche mettendosi duramente contro la genitrice, e ha contribuito a farle fare il salto dalla mia città natale alla scuola di fisioterapia.

Anche i nonni dicevano: “chissà cosa farà lontano da casa”. Mamma gliel’ha dimostrato: una volta li ha costretti ad andare a trovarla e hanno passato tutta la giornata nel convitto dov’era e soprattutto con gli handicappati (ai tempi si chiamavano così, senza tanti ipocriti suffissi tipo disabili, nonvedenti, nonudenti, ecc.). Pranzo tutti insieme, aiutando chi ne aveva bisogno e poi a spasso a mangiare un gelato, con ciascuno una carrozzina da spingere.
Un’altra volta (ma non ricordo quale delle due è successa prima e quale dopo, ma poco importa) mamma ha preso due ragazzi in carrozzina, li ha messi sul bus ed è andata a trovare la sua famiglia: tutto il giorno in giro per il paese a far capire anche ai cari compaesani, quali fossero i suoi “grilli per la testa”.

Così, mamma ha cominciato la sua vita e la sua passione per aiutare gli altri. Già, perché fin da piccola ha dovuto tirarsi su le maniche e viaggiare da sola, imparare a fare tutto e pure lavorare. A età in cui io ancora giocavo con le bambole.

Nella mia città natale mamma ha lavorato quasi 20 anni, tra il servizio riabilitativo della città, la creazione di servizi simili su per le vallate della provincia combattendo anche con realtà contadine chiuse, l’organizzazione del reparto di fisioterapia dell’ospedale. Ed io dopo la scuola andavo dove lavorava a giocare coi palloni da ginnastica, con gli attrezzi e i giochi che spesso venivano realizzati e/o riadattati dai fisioterapisti del centro, dalle famiglie (contadine e operaie) dei bambini che avevano in cura. Di tanto in tanto, quando faceva visite a domicilio, credo gratuite, mi portava con sé per giocare ed interagire con questi bambini “diversi” da me, eppure così uguali a me. E la dignità e la serenità di certe famiglie, la grinta, il rispetto, erano quasi “normali” per i miei occhi di bambina. Ora invece mi rendo conto che forza d’animo ci vuole!

Quando ci siamo trasferiti nelle sue zone d’origine, ha dovuto di nuovo lottare contro la diffidenza etc. delle persone.
Ma lei, che pubblicità non se n’è mai fatta, si ritrova “spesso” a declinare le richieste di appuntamenti che non riesce a incastrare per tempo o che non riesce a gestire perché, diciamocelo, inizia ad invecchiare lei e con lei le sue gravi problematiche di salute.
La cosa più triste, secondo me, è quando alcuni di quelli che più la osteggiavano negli (non solo ultimi) anni, si ritrovano a portar da mamma i figli o i loro cari, magari anche per cose gravi. In questo, non c’è una soddisfazione ma amaro dispiacere.

E ancora porta mia sorella o anche me quando torno a casa, in ambulatorio a giocare con questi bambini spettacolari. Il suo ambulatorio è diventano un’interazione preziosissima anche tra pazienti, in un clima davvero speciale.

Ecco, questa è mia madre. Una donna che non ha mai mollato il colpo, nemmeno nei momenti più duri, lottando spesso contro i cari che aveva vicino, difendendo ciò in cui crede con le unghie e con i denti.
Anche per le sue figlie.

E questi pensieri, mi si incastrano nel cuore mentre, con molta ammirazione, penso alle famiglie di chi ha perso la sua vita lottando per un male o per una passione, la sua passione. Famiglie che hanno saputo sorridere e confortare gli altri in un momento di così atroce dolore, di quelli che ti strappano il cuore dal petto e te lo macerano barbaramente. Famiglie che evitano polemiche e presenzialismi televisivi, rendendosi disponibili in maniera semplice, dimostrando profonda genuinità di cuore, immensa dignità e serenità esemplari.
E ammiro le famiglie che cercano di assecondare la passione di un figlio e rendono il suo sogno possibile, con meno rimpianti possibili, mantenendo semplicità e simpatia nonostante tutto.

Ecco, scusate il lungo sproloquio, ma questi pensieri mi stavano volando nel cuore come una farfalla su un prato primaverile.

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17 pensieri su “Una storia fuori dal (suo) comune: la mia mamma.

  1. danis ha detto:

    Quando si hanno passione e volontà, tanto è possibile. Una storia molto bella, esemplare.
    Un saluto.
    danis

  2. Sgiusgiola ha detto:

    Hai una mamma davvero speciale!! Credo che tu abbia preso molto da lei…soprattutto la forza d’animo e il non farsi mai abbattere… Ok che non ci conosciamo di persona ma queste sono akcune delle cose che traspaiono dal tuo blog e da quello che mi hai trasmesso in questi mesi di “amicizia vietuale” 🙂

  3. Perennemente Sloggata ha detto:

    Grazie a tutte!! La storia di mamma è molto più complessa ed articolata, qui è mooooolto riassunta!!

    @Anna: sono contenta di non aver deluso le tue aspettative, non volevo cavalcar l’onda più in alto di quanto dicessimo ieri!

    @Sgiusgiola: grazie, sono commossa!!

    @Betta: detta da te, è un complimento importante.

  4. SaraM ha detto:

    Hai scritto un bellissimo post. Tua madre ha realizzato tanto e dimostra come la determinazione nell’inseguire una vera passione è sempre la scelta giusta. Vorrei aver avuto lo stesso coraggio

  5. Silvia A ha detto:

    Bella la storia della tua mamma, grazie per averla condivisa :).
    Anch’ìo trovo i nuovi neologismi sull’handicap parecchio ipocriti e un modo per rendere più soft la realtà per gli altri però non a chi la vive che si trova altri muri, diffidenza e paura di fronte e deve faticare ancora di più.

    Perdona il papiro 🙂
    ps: sono bimbamc di splinder

  6. Perennemente Sloggata ha detto:

    Cara! Ti ho riconosciuta dal riccetto!!
    Grazie per i complimenti, la storia di mamma è decisamente più complessa di quanto abbia scritto, ma non potevo certo farne un romanzo a puntate!!
    All’università ho studiato la lingua dei segni italiana e la professoressa ci spiegava che la comunità di sordi (per lo meno quella locale) non ama questi neologismi politically correct perché loro non si sentono (ops, accetta il mio gioco di parole) di essere non-qualcosa, tantomeno privati di qualcosa soprattutto se spesso sono sordi dalla nascita. A loro non piace quel “non” privativo.
    Grazie per essere passata!!

  7. autistaxcaso ha detto:

    “Famiglie che evitano polemiche e presenzialismi televisivi, rendendosi disponibili in maniera semplice, dimostrando profonda genuinità di cuore, immensa dignità e serenità esemplari”

    Hai colto nel segno …
    la tua mamma è un geneere di persona, purtroppo, in via di estinzione.
    Bel post, ricco di spunti di riflessione

  8. Silvia ha detto:

    So bene che quel non privativo non piace nemmeno a me. Va bene avere una difficoltà oggettiva, ma non per questo una persona si sente diversa dagli altri. Sono gli altri, credo, che hanno bisogno di mettere una distanza da una cosa che spaventa e non sanno come affrontare

  9. esprit74follet ha detto:

    Ero certa che tua madre fosse una persona speciale!
    Ricorda che dietro a una gran donna c’è sempre un’altra gran donna 😉

  10. unanuovavita ha detto:

    Splendido post. Mi sono commossa. Grazie di aver condiviso con noi questa parte di te 🙂

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