PICCOLE GRANDI CONQUISTE, PICCOLI GRANDI DOLORI – reloaded

Nel post precedente ho espresso i miei piccoli cambiamenti in questi ultimi mesi, la pazienza verso delle caviglie ancora turbolente, la perplessità riguardo a certe dinamiche interpersonali.

Riprendendo i vari argomenti:
– giovedì ho sfidato le due stronzette e ho inforcato delle scarpe con un tacco più alto di quello degli stivaletti. Capacità di camminata, buona; dolore, scarso. Risultato accettabile, direi, in quanto 4-5 ore ai piedi, anche se in gran parte da seduta, mi pare un buon risultato. E’ ovvio che avessi le mie (non ditelo alla mia fisioterapista!) ballerine in borsa per il cambio…
– Tuttavia in palestra gli esercizi li rivedo sia con l’istruttore della sala pesi sia con l’istruttrice del corso di pilates, altrimenti scatta il dolore per più di qualche giorno. Roba da fare i salti sulla sedia, dalle fitte. A volte mi pare che mi si laceri lì, proprio tra il malleolo e il perone.
– E’ mio uso, a volte, di “mettere il didietro nella pedata” (come si direbbe, però in buon dialetto, dalle mie parti); ovvero capita che una vada proprio a cercarsela e provi a buttar lì un invito per un aperitivo in maniera ironica se non direttamente autoironica, proprio per la scarsa inclinazione all’alcool. Cioè: pur non essendo una grande bevitrice, un aperitivo, un mojito o uno spritz bianco non si nega a nessuno. O, per lo meno e fatti salvi eventuali problemi coi server di posta e impegni su impegni (mmm… comunque indicativi di scarso interesse), io non negherei una risposta. Anche solo per educazione, se non proprio per rispetto verso l’altra persona. Anche se scomoda. Soprattutto se da dietro uno schermo. Timidezza o meno, un pochino di coraggio lo prenderei anche per un “guarda, francamente non è il caso / non sono interessat* a fare conoscenze / non mi stai particolarmente simpatic*”. Per quanto, a pelle o a sensazione, me lo sentissi, tendenzialmente non me l’aspettavo davvero da una persona intelligente e di carattere.
Ma pace. Direi che anche questa è una risposta piuttosto significativa.

Vi lascio con una canzone che  mi sembra adatta a questi ultimi mesi. (Qui potete leggere il testo e una traduzione):

Propositi di fine anno, tiriamo le somme.

Ho sempre odiato i propositi di fine anno vs anno nuovo & co. Ma quest’anno sono in vena. (Occhio che è da diabete)
Ne ho fondamentalmente 2: rimettermi finalmente in forma (e qui con aiuto esterno e credo di aver trovato quello giusto per me – che non è banale) e rimettere gli sci ai piedi tra un anno.
Ma amo tirare le somme e se il 2013 mi ha portato il mio nipotino all’ultimo (bello come il sole ma d’altronde la mela non cade lontano dall’albero), il 2014 ha premiato molti miei sforzi e varie batoste: incontrare le mie super amiche tutte insieme; qualche novità al lavoro; i (primi) 5 anni di fiducia e stima con la mia ditta (sembrerà una sviolonata ma lo sanno anche i sassi quanto io la ami sinceramente e quanto mi senta fortunata); caviglie azzoppate che mi hanno regalato del tempo con la mia famiglia, che mi hanno permesso di essere di nuovo figlia, sorella, zia, e di sentire ancora una volta l’amicizia vera di molte persone; caviglie che hanno fatto scattare quel quid per ripartire da quella Sloggata nascostasi 10 anni fa grazie a qualche manipolatore (*). E tanto altro.
Ho ancora tanto da fare e sistemare ma finalmente è scattato quel quid cui anelavo da tempo, che lo cercavo, provavo a costruirlo. E mi sento tanto fortunata. Sarò stata anche brava, ma il poterlo riconoscere non è un merito.
Ringrazio quindi tutti quelli che hanno fatto parte di questo anno. Amici conoscenti parenti colleghi sconosciuti, vecchi nuovi persi ritrovati.

(*) sarà un caso ma si parla di un paio di mesi prima che aprissi il mio primo blog, il 10.12.2004. Dieci anni fa. Dieci anni di blog.

Piccole grandi conquiste, piccoli grandi dolori

Da quando – quest’estate – mi son fatta male alla caviglia destra, passando per la fratturina al malleolo/perone sinistro, cominciando il corso di cucito a macchina e studiando stretching & pilates & sala pesi, son scattate una molla dietro l’altra, in testa.
Sono quelle piccole cose, quasi impercettibili, per le quali fai dei piccoli cambiamenti alla scoperta (o, come nel mio caso, RIscoperta) di te stessa/o. Quelle cose per cui i tuoi colleghi ti guardano stupiti e iniziano a sondare il terreno sulla presenza o meno di un uomo o di qualche novità eclatante.
L’unica vera novità sei tu.
Devo dire la verità: in teoria vado in palestra due volte a settimana, in realtà una lezione ogni tanto la salto. E per un solo motivo: le caviglie. Fintanto che la destra fa un po’ male, pace. Quando quella sinistra si fa sentire, scatta anche un po’ di paura di non andare a caricarla o sfidarla. E questo, negli ultimi 2-3 giorni mi sta facendo impazzire. Sono passati mesi, porcasabbietta. Non posso non far nulla, devo rimetterle in moto. E devo rimettermi in moto: cosa che si nota, fisicamente. Certo, la strada è lunga, ma non importa.
Questa cosa della palestra mi ha fatto scattare qualcos’altro in testa. E di nuovo mi ritrovo con pennelli e trucchi in mano. Ho ricominciato a cambiar orecchini e qualche accessorio (non ne sono fanatica, però) come facevo tempo fa. Anche gli stivaletti con qualche cm di tacco, su consiglio della fisioterapista, una o due volte in settimana.
Poi il corso di cucito: che gran soddisfazione! Ora devo solo capire come funziona la mia vecchia Singer (e non ho ancora avuto tempo e modo, mi credete?, di leggere il manuale americano che mi hanno spedito dal loro centro assistenza) e cominciare a sceglier stoffe e fili: alcune idee le ho già ben chiare in testa.
Dal lato umano, umorale, caratteriale, anche sto ritrovando un barlume del mio vecchio equilibrio. E me ne rendo conto un istante dopo.
E’ vero che nel nuovo ufficio si ride come dei matti, con Collega Preferito, Mercoledì, Maestro Tofu, e compagnia cantante (anche nel vero senso della parola), ma sono più contenta. Più sorridente. Più … con la musica sulle labbra.
Fatalità mi è capitato di imbattermi via mail in un collega di tutt’altro ufficio. Di quelli che non sai chi sia, che probabilmente incroci in qualche corridoio o davanti a qualche macchinetta del caffè in uno dei vari palazzi collegati tra loro di Colosso del Monte o in mensa. Ma non sai chi sia. Gli scambi diventano piuttosto interessanti, spaziando da musica a sport minori. Fin quando ad un’osservazione rispondi senza malizia o secondi fini, come faresti con chiunque, e ti trovi le mani altrui messe avanti. E vabbé. Ad un certo punto butti là un “posso offrirti un caffè?”, niente di impegnativo, almeno per tirar giù il velo esclusivamente mediatico della faccenda: in fondo ci si incrocia spesso, probabilmente, senza nemmeno salutarsi. (E anche per scusarti di un’incomprensione banale, diciamo il vero)
E arriva un inaspettato immediato “ok, ma offro io e fuori di qui, ché il caffè delle macchinette fa schifo” o qualcosa del genere. Caffè sia. Anzi spritz, alla fine, in uno dei pochissimi baretti aperti quella sera, con un freddo porco e pioggia insistente.
Un’ora di chiacchiere e poi via al bus, saluti e ringraziamenti al volo perché scendo prima io. Ringrazierò il giorno dopo via mail, senza peraltro ottenere mai risposta. Soltanto un “ciao” in mensa.
E mi spiace. Mi spiace perché al di là di tutto, non mi sarebbe dispiaciuto migliorare la conoscenza con una persona che sembra sapermi tenere testa. Nessuna aspettativa, nessuna richiesta, niente. Ma non mi aspettavo silenzio come risposta.
Mi chiedo perché mettiamo spesso le mani avanti (io pure, sia chiaro), anche se non ci è ancora stato detto o chiesto alcunché. Non vedo il motivo per sparire nel nulla, siamo adulti.
Non ne faccio una questione di eventuali “avrei voluto di più” perché 1. non lo conosco, 2. sarebbe la stessa cosa anche con una collega.
E’ che, come mi dicono le amiche, do troppo peso alle persone. E forse anche all’educazione.
Per cui riflettevo, dopo alcuni fraintendimenti anche senza malizia,  dopo aver letto il libro e status di Selvaggia Lucarelli, avendone discusso con amiche e amici, anche cercando di fare mente locale sul libro “(Scendi dal pero) La verità è che non gli piaci abbastanza” (ed. Salani, autori: Greg Behrendt e Liz Tuccillo, traduttore: M.Fillioley) che lessi anni fa, su come spesso ci infiliamo in filmini mentali nelle occasioni di scambi personali. Che sia per troppa insicurezza, troppa sicurezza, per esperienze passate, paure, aspettative, timidezza, tattiche, ecc. è curioso come reagiamo a diversi input: per un caffè, magari specifichiamo “è solo un caffè”; per un invito a cena a casa mia/sua, non serve specificare perché non c’è malizia (e mi è capitato in più occasioni, sia invitando da me sia essendo invitata).
Per cui mi chiedo: perché tutta questa necessità di mettere le mani avanti con le persone e non godersi semplicemente qualche momento da passare in serenità? Al di là di quello che poi può succedere o può non accadere.
Io intanto ho stilato una mia classifica di motivazioni che possono andare anche a braccetto tra di loro, sul perché una persona (anche solo a livello di conoscenza o amicizia) sparisca o metta avanti le mani. Classifica piuttosto stupida, ma è giusto un pour parler.
Voilà:
1. non gli interessi;
2. è un mona;
3. è uno stronzo;
4. se la tira per suscitare maggiore attenzione;
5. non riesce a fare un passo per timidezza o paura o esperienze passate.

Vabbé, il fatto è che trovo sempre interessante conoscere le persone, farmi stupire e stupirle anche con un sorriso o con un bigliettino o un oggetto scherzoso (o pure serio) su una cosa di cui si parlava.

Ma prendiamola sul ridere: guardatevi questa versione carinissima della nota canzone “Call me maybe”

Non tutta la gente è piccola, piccola, cooosì

Nel post La gente è piccola, piccola, cooosì! scrivevo di come nel mondo virtuale ci siano personaggi reali assolutamente irragionevoli. Sembra che se li banni da un gruppo, tu infligga loro chissà che punizione. Gruppo, peraltro, che loro stessi criticano ed attaccano.

Tuttavia. Ci sono anche altre persone molto più semplici e collaborative per le quali dici “forse sto percorrendo la direzione giusta”: il profilo con cui amministro quel gruppo, non è quello mio personale proprio per evitare certe dinamiche. Nonostante mie chiare spiegazioni in merito, a chi lo chiedesse, c’è stato chi ne ha fatto una discussione anche feroce.
La cosa che, però, mi ha stupita, è stata la reazione di vari membri del gruppo: c’è chi non è mai intervenuto personalmente ma ha mostrato di aver capito la situazione e si estranea da qualsiasi polemica ma la segnala privatamente, pubblica post e immagini e link carinissimi sul tema principale del gruppo, commenta in maniera carina; poi c’è chi, appena scorge qualche sprazzo di difficoltà (pericolo polemiche), inizia a pubblicare altro e a commentare post altrui in modo tale da far scendere nella pagina i post scomodi e mantenere l’attenzione su altro (e c’è chi mi ha dichiarato di farlo per dare una mano a noi admin, e c’è chi lo fa d’istinto); c’è chi, al momento giusto e rispondendo rispettosamente ma con decisione, ringrazia i nuovi admin per la responsabilità presa e l’impegno nel voler rimettere in pista un gruppo provato; c’è chi ha semplicemente piacere di condividere immagini proprie e/o altrui a tema e anche classici “buongiorno / buon pranzo / buona notte” e simili; e così via.
Ci sono persone che privatamente segnalano alcuni comportamenti poco corretti o fanno richieste di vario genere, sempre con le dovute maniere e il fatto di ricevere sempre risposta cortese e anche gentile, spiegazioni sincere sul perché si può o non si può fare quello che chiedono / propongono, magari anche nella loro lingua madre, perché non tutti sono ferratissimi in italiano o faticano a esprimersi attivamente in discorsi complessi, credo che stia contribuendo a creare un clima di fiducia.
Ho l’impressione che molti membri del gruppo, pur avendo come amici sia il mio profilo di admin sia le persone allontanate, abbiano iniziato a distinguere un po’ le cose. D’altronde, nel gruppo non si parla di ciò che è successo o se capita qualche tentativo di polemica, con gentile fermezza ricordo che “ce lo siamo messi alle spalle” e basta. E al di fuori del gruppo, nessun mio intervento è stato fatto, lasciando che fossero certi personaggi a mostrarsi per quel che sono.

Riflettevo: è scattato qualcosa in questi mesi, da quando le mie caviglie hanno deciso di sabotarmi. Ma non le ringrazierò mai abbastanza perché mi stanno dando una spinta non indifferente in vari ambiti. E mi meraviglio ogni volta che riscopro mie emozioni, comportamenti, esternazioni, battute, reazioni, battute, e quant’altro, che erano tipicamente mie. Prima di incontrare l’unica persona che è riuscita a manipolarmi.

Ed ora sono ancora in fase di autostudio ma sono piuttosto piena di stupore per quello che sta accadendo, che riesco finalmente a rivedere le cose in maniera chiaramente positiva, quasi come prima.

E francamente mi piace.

Entusiasmo. Era quello che mancava da un bel po’. Cosa che mi è stata rinfacciata tempo fa da un’ amica e che mi ha fatta letteralmente esplodere e lasciare, coraggiosamente, il mio ex compagno (che non è la brutta persona di cui sopra, sia chiaro) qualche giorno dopo.

Indi per cui, mi stupirei di non incorrere in una tranvata, ma credo di poterla affrontare con il sorriso. Come spesso, prima.
(Ma facciamo il tifo tutti insieme, mi piace essere sorpresa!)